La primavera è una stagione ricca di vita e di colore; il verde acceso dei prati può nascondere i frutti che caratterizzano questa stagione luminosa, ossia le fragole.
Questi frutti rossi di forma tipicamente allungata sono ricchi di vitamina C e sostanze antiossidanti, antinfiammatorie ed anti-tumorali.
La pianta delle fragole appartiene al genere Fragaria della famiglia delle Rosaceae, e produce il frutto che noi comunemente chiamiamo fragola; in realtà è un “falso frutto aggregato”, i veri frutti di questa pianta si chiamano acheni e visivamente si posso identificare con qui puntini gialli che rivestono la fragola.
Caratteristiche e proprietà nutrizionali.
La fragola è una fonte molto ricca di diversi composti nutritivi ed in particolare di zuccheri, vitamine, flavonoidi e antocianine.
La vitamina più rappresentata è la vitamina C, fra tutti i frutti primaverili/estivi la fragola è quella che ne contiene di più.
Il contenuto di zuccheri e modesto e il suo indice glicemico e nella categoria “basso” ma è un frutto di cui non bisogna abusare, considerata anche la sua elevata capacità di provocare pruriti e arrossamenti cutanei.
Come in moltissimi frutti anche le fragole possiedono una buona quantità di potassio (minerale importante per la contrazione muscolare, la regolazione della pressione arteriosa e il mantenimento del sistema idro-salino) e di fosforo (coinvolto nel metabolismo energetico e nella costruzione di proteine) e una buona quantità di iodio.
Infine, nelle fragole sono presenti moltissimi composti fenolici.
Benefici per la salute.
L’utilità della fragola è data dal suo contenuto dei composti fenolici.
I benefici posso essere:
Protezione Cardiovascolare.
La presenza di molecole antiossidanti, in grado di ridurre l’ossidazione delle LDL, protegge dal rischio di patologie cardiovascolari.
Riduzione del rischio di sviluppare patologie oncologiche.
Alcuni composti presenti nelle fragole, come la quercina e l’acido ellegico, hanno dimostrato in vitro di possedere un’attività anti-cancro.
Effetto neuro protettivo.
L’acido gallico, uno degli acidi fenolici presenti nelle fragole, è globalmente riconosciuto per le sue proprietà antiossidanti e per la sua azione neuroprotettiva nei confronti dello stress ossidativo e della neurotossicità.
Effetto antinfiammatorio.
Ricerche recenti hanno dimostrato che un consumo regolare di fragole può contribuire a risolvere complicazioni dovute ad infiammazioni croniche e sistemiche.
Proprietà antiossidante.
Le fragole, come i frutti di bosco, sono tra i frutti più ricchi di molecole antiossidanti disponibili in natura. Il loro consumo è consigliato per poter prevenire diverse patologie croniche e degenerative, in quanto i composti fenolici agiscono contro lo stress ossidativo.
Trattamento della sindrome metabolica.
L’estratto di fragole contiene enzimi digestivi che contribuiscono a migliorare la condizione di iperglicemia ed ipertensione, tipiche degli individui con sindrome metabolica.
Azione drenante e depurativa.
Le fragole contengono poco sodio e una quantità maggiore di potassio e vitamina C. Risultano quindi utili per la loro azione drenante, contro la ritenzione idrica e possono essere utilizzate per la preparazione di tisane.
Controindicazioni.
Le fragole possono provocare reazioni allergiche istaminiche, quindi le persone che sono allergiche al”istamina devono limitarne il consumo.
L’allergia alle fragole si identifica con la comparsa di puntini rossi e prurito alla pelle. In alcuni casi rari si può sviluppare veri e propri episodi di orticaria e gonfiore alla bocca.
Generalità.
I calcoli renali – identificati dal termine medico “nefrolitiasi” o “litiasi renale” – sono delle piccole aggregazioni di sali minerali che si formano nel tratto urinario.
Spesso la loro presenza è legata ad un’alimentazione sbagliata a cui si associa spesso una predisposizione genetica.
Talvolta i calcoli renali sono asintomatici e vengono scoperti per caso durante una radiografia di controllo. Altre volte un dolore acuto e violento ossia una colica renale, permette di accorgersi del problema.
Cosa sono?
I calcoli renali sono dei depositi di consistenza dura che si formano per precipitazione dei sali minerali contenuti nelle urine, tra cui calcio, ossalato, fosfati ed acido urico. La formazione di un calcolo è favorita dall’aumento della concentrazione di questi elettroliti o dalla riduzione del liquido che li tiene in soluzione.
I sali si aggregano tra loro formando inizialmente i cristalli, seguiti dai microcalcoli ed infine i calcoli veri e propri che possono raggiungere anche le dimensioni di una pallina da golf.
Proprio a causa della loro forma e composizione chimica i calcoli renali possono muoversi dalla sede di origine e andare ad ostacolare il flusso dell’urina. Tale ostacolo, oltre a causare un dolore spesso intenso, favorisce lo sviluppo di infezioni alle vie urinarie e, se persiste per lunghi periodi, aumenta le possibilità di danno ai reni, fino a sviluppare una insufficienza renale progressiva nei casi più gravi.
Normalmente le urine contengono sostanze che impediscono la formazione dei calcoli, ma non sempre tali composti sono presenti in quantità adeguate o svolgono efficacemente la loro funzione.
In base alla composizione chimica si distinguono diversi tipi di calcoli, ognuno dei quali richiede un approccio terapeutico differente:
Calcica (70-80% dei casi);
Mista (5-10% dei casi);
Urica (5-15% dei casi);
Infettiva (10-15% dei casi);
Cistinica (1-2% dei casi).
Fattori di rischio.
I calcoli renali sono abbastanza diffusi nella popolazione dato che colpiscono in media circa il 3% delle persone. Particolarmente a rischio sono i maschi di età compresa tra i venti ed i quarant’anni. In questa fascia di età, a causa della contemporanea presenza di più fattori di rischio, l’incidenza della malattia supera il 15%.
Le cause di origine della calcolosi non sono ancora state completamente chiarite, anche se alcuni fattori predisponenti aumentano sensibilmente la probabilità che si formino dei calcoli:
Sesso: i maschi hanno una probabilità tripla rispetto alle donne di sviluppare calcolosi alle vie urinarie (la maggiore concentrazione di citrato nelle urine femminili, in stretto rapporto con il tasso estrogenico, spiegherebbe questa minore incidenza del problema nel gentil sesso);
Scarso introito di liquidi: un flusso di urine limitato favorisce il ristagno, quindi la precipitazione dei sali in esse contenuti;
Disidratazione per aumentata perdita di liquidi (diarrea, iperidrosi, ecc..);
Età: i calcoli renali si formano prevalentemente tra i venti ed i quarant’anni;
Acidità delle urine: pH urinario inferiore a 5;
Storia familiare di calcoli renali: è il caso ad esempio dei calcoli di origine cistinica in cui, a causa di un difetto congenito del rene, un amminoacido scarsamente solubile nelle urine (cistina) precipita formando dei cristalli;
Infezioni croniche delle vie urinarie, abuso di certi medicinali o di integratori sali-vitaminici;
Ipertiroidismo, iperparatiroiodismo, dieta non corretta;
Etnia: maggiore incidenza dei calcoli renali nella razza bianca ed asiatica;
Clima: durante il periodo caldo estivo la maggior evaporazione, se non reintegrata da un adeguato apporto di liquidi aumenta la concentrazione delle urine e la precipitazione dei calcoli.
Consigli generali.
Cosa fare.
Mantenere idratato l’organismo, bere circa 2-3 litri d’acqua al giorno. È molto importante l’idratazione per diluire i sali minerali presenti nelle urine.
Cucinare con poco sale, sostituirlo con spezie o con il sale iposodico (povero di sodio).
Preferire acque oligominerali o minimamente mineralizzate, per limitare l’apporto di sali e sodio.
Alcalinizzare le urine in caso di calcoli da acido urico e cistina aiuta ad alleviare le coliche.
Praticare esercizio fisico in modo regolare.
Limitare l’assorbimento di ossalati, per esempio associando alimenti che ne sono ricchi con alimenti ricchi di calcio.
Cosa NON fare.
Bere poca acqua in presenza di urine scure o molto concentrate.
Bere bibite gassate o troppo dolci.
Abbuffarsi.
Sedentarietà.
Alimentazione ricca di sale e di proteine animali.
Integrare la dieta con un eccessivo supplemento di calcio e/o vitamina D.
Bere alcolici.
Assumere troppa vitamina C.
Abusare di integratori alimentari contenenti vitamina D.
Cosa mangiare.
Seguire un’alimentazione equilibrata e ipoproteica.
I legumi sono un’ottima alternativa proteica alla carne.
Assumere frutta e verdura, essendo ricca di antiossidanti.
Assumere frutta ricca di vitamina C (se assunta nella giusta quantità è un rimedio naturale utile alla prevenzione dei calcoli renali).
Alimenti alcalinizzanti come il citrato di potassio e il magnesio citrato sono efficaci per la prevenzione delle calcolosi recidive (si trovano in genere in tutta la frutta, gli ortaggi e i legumi).
Alimenti integrali e fibre.
Cipolla, sedano, carciofo, ortica e prezzemolo aiutano la diuresi.
Cosa NON mangiare.
Evitare il consumo di alimenti di difficile digestione, come le fritture e gli alimenti ricchi di grassi.
Caffè, tè, succhi di frutta ed altri alimenti ricchi di ossalati.
Cibi salati.
Carne, limitarne il consumo.
Dolci, limitarne il consumo.
Alimenti ricchi di ossalato come, rabarbaro, barbabietole, spinaci, patate, dolci, noci, tè, cioccolato e soia.
Kiwi, essendo ricco di ossalato di calcio.
Alimenti ricchi di purine come, frutti di mare, acciughe, sardine, fegato e selvaggina (per calcolosi da acido urico).
Frutta secca a guscio e fragole.
La Dieta.
L’importanza dell’acqua.
La prima raccomandazione e quella di bere molta acqua, per contrastare la formazione dei calcoli renali è fondamentale mantenere idratato l’organismo, assumendo le giuste quantità di liquidi con la dieta.
Così facendo, le sostanze presenti nelle urine vengono maggiormente diluite, per cui minori sono le possibilità che precipitino e si aggreghino.
Naturalmente, è importante non esagerare: l’apporto idrico deve sempre essere proporzionato al tenore dell’alimentazione e all’attività fisica, e mai esagerato (oltre al rischio di squilibri idroelettrolitici, il conseguente iper-lavoro di filtrazione renale potrebbe danneggiare la funzionalità dei reni in individui predisposti).
Quanta acqua bisogna bere?
In genere, si consiglia un consumo di acqua pari a circa 2–3 litri al giorno (tra bevande e alimenti), in modo che il volume urinario sia di 2 litri nell’arco delle 24 ore.
Nel contempo, si raccomanda un generoso apporto di liquidi, soprattutto nei periodi critici, come dopo pasti abbondanti, durante la notte, in presenza di perdite idro-saline a livello gastrointestinale (diarrea, vomito) e in caso di eccessiva sudorazione nel corso di esercizi fisici o soggiorno in un clima eccessivamente caldo-umido. Attenzione anche ai viaggi lunghi, soprattutto in aereo.
Come valutare lo stato di idratazione?
In genere, urine di colore giallo molto pallido (da semi-trasparente a paglierino) sono spia di una corretta idratazione.
E’ necessario aumentare l’apporto idrico se le urine appaiono di colore giallo scuro o marrone chiaro.
Cosa bere nelle diete contro i calcoli renali?
Consigliati
Preferire l’acqua alle altre bevande, scegliendo preferibilmente le acque oligominerali o minimamente mineralizzate, ossia povere di minerali come il sodio e il calcio, che nelle urine possono favorire la formazione di calcoli. Inoltre, queste acque, favoriscono la diuresi e l’eliminazione dei calcoli.
Da evitare
Caffè, tè e succhi di frutta (come succo di pompelmo, di mela e di mirtillo rosso) sono alimenti ricchi di ossalati, pertanto il loro consumo dovrebbe essere limitato, soprattutto in presenza da calcoli di ossalato di calcio.
Il pH delle urine è importante?
A seconda del pH delle urine è possibile determinare di quale tipologia di calcolo si è afflitti:
Urine acide sono associate a calcoli di cistina, xantine e acido urico;
Urine basiche aumentano il rischio di accumulo di fosfato, di calcio, calcio carbonato, magnesio fosfato e struvite;
I calcoli di ossalato di calcio, ossia i più comuni, si sviluppano di solito in ambienti neutri-alcalini.
Per quanto riguarda l’influenza della dieta sul pH urinario, si hanno tipicamente urine acide nelle diete ricche di carne, specie se conservata, e urine alcaline o basiche nelle diete vegetariane o più in generale ricche di verdura e frutta.
Il succo dei limoni e il citrato di potassio sono due degli alcalinizzanti urinari più utilizzati, e come tali risultano particolarmente indicati in presenza di calcoli di cistina e acido urico. In questi casi, le urine vengono alcalinizzate fino a valori di pH vicini alla neutralità (6,5-7).
Superati valori di pH 7,5 aumenta il rischio di calcoli renali di fosfato di calcio, calcio carbonato, magnesio fosfato e struvite. Ed e per questo motivo che bisogna tenere sotto controllo il pH delle urine.
Calcolosi renale da acido urico.
Generalità.
L’acido urico è ciò che deriva dalla degradazione delle purine (adenina e guanina), basi azotate che costituiscono il DNA del nucleo delle cellule animali e vegetali. In altre parole, l’acido urico è un prodotto di scarto che viene dalla scissione degli acidi nucleici che si trovano nelle cellule del nostro organismo e in parte anche dalla digestione di cibi ricchi di purina, come pesce o interiora degli animali.
Carne e pesce.
Una dieta ricca di carne conduce più frequentemente a una calcolosi renale di tipo urico. Per l’eccessivo consumo di proteine, infatti, l’urina sviluppa un pH più acido e aumenta la quota di eliminazione di calcio e acido urico, mentre si abbassa quella dei citrati (sostanze che impediscono la precipitazione di questi sali).
Nel caso vi sia una predisposizione a calcoli renali di origine urica (accumulo di acido urico) vanno limitati tutti quegli alimenti ricchi di purine come:
Acciughe;
Aringhe;
Sardine;
Crostacei;
Fegato;
Cuore;
Selvaggina;
Oche e piccioni.
Va invece incoraggiata l’assunzione di alcalinizzanti urinari come il citrato di potassio e il magnesio citrato. Infatti, la solubilità dell’acido urico aumenta in misura sensibile con l’alcalinizzazione del pH delle urine, al punto che a volte la sola terapia medica con alcalinizzanti urinari è capace di dissolvere calcoli esclusivamente composti da acido urico. Viceversa, in presenza di urine acide, l’acido urico tende a precipitare.
Verdura e frutta.
La verdura e la frutta aumentano l’eliminazione di citrati, sostanze molto efficaci nell’impedire la formazione dei calcoli.
Per questo motivo, il succo di limone (che contiene circa il 5-7% di acido citrico) è l’alimento ideale per chi soffre di calcoli renali (anche se, per il rischio di alcalinizzare troppo le urine, andrebbe limitato in presenza di calcoli di fosfato di calcio, calcio carbonato, magnesio fosfato, struvite od ossalato di calcio).
Tuttavia non bisogna dimenticare che gli alimenti di origine vegetale sono anche ricchi di ossalati.
Calcolosi renale da ossalato di calcio.
Generalità.
L’ossalato di calcio si trova in molte piante. I calcoli da ossalato di calcio si sviluppano in un ambiante neutro-alcalino quindi con un pH delle urine superiore a 6.5.
Verdura e frutta.
L’ossalato di calcio si trova in molti alimenti come:
Cioccolata;
Nocciole;
Coca cola;
Bevande gassate in genere;
Succhi di frutta;
tè;
Cavoli;
Piselli;
Asparagi;
Spinaci;
Rabarbaro.
Alcune verdure, come bietole, barbabietole, spinaci e prezzemolo, sono particolarmente ricche di ossalati, per cui l’ingestione di quantitativi elevati di tali alimenti potrebbe favorire la comparsa di calcoli di ossalato di calcio.
In condizioni normali, circa il 20% dell’ossalato urinario proviene dalla dieta.
Bisogna sottolineare che in caso di iperproduzione fisiologia di ossalato, ridurre il consumo di questi alimenti che ne sono ricchi previene sì i calcoli renali, ma lo fa soltanto in maniera marginale.
Ciò che quindi conta non è tanto l’introduzione complessiva di ossalati, quanto piuttosto il grado di assorbimento intestinale, la sintesi endogena e la relativa quantità di liquidi presenti nella dieta.
In presenza di questo tipo di calcolosi è importante limitare il consumo di questi alimenti, oppure introdurli insieme a una fonte di calcio (integratori o latticini) in modo da ridurne l’assorbimento intestinale.
Alimenti che ostacolano la formazione di calcoli da ossalato di calcio. Frutta e verdura: L’assunzione di alimenti ricchi di acido citrico o di potassio citrato sembra utile per ridurre la formazione di calcoli di ossalato di calcio nelle urine; il citrato, infatti, si salifica con il calcio riducendo la quota libera del minerale nelle urine. Sale e sodio: Una dieta ricca di sale, e più in generale di sodio, aumenta l’escrezione urinaria di calcio e riduce il pH delle urine e l’escrezione di citrato, favorendo così la formazione dei calcoli renali di ossalato di calcio. Per questo motivo, e per non aumentare il rischio di altre spiacevoli patologie (ipertensione e osteoporosi), si consiglia di assumere non oltre 6-8 grammi di sale al giorno.
Alimenti da evitare.
In particolare, è bene fare attenzione ai cibi sotto sale, salumi, formaggi, conserve, snack e altri cibi confezionati, in quanto sono fonti “nascoste” ma molto importanti di sodio.
Troppi zuccheri nella dieta.
Un consumo smisurato di zuccheri con la dieta aumenta l’eliminazione di calcio nell’urina, di conseguenza il rischio che si formino dei calcoli.
Inoltre, alcuni ingredienti tipici dei dolci (cacao) sono particolarmente ricchi di ossalato.
Vitamina C.
Anche un eccesso di vitamina C (o acido ascorbico) nella dieta sembra favorire la sintesi di calcoli renali, a causa dell’aumentata produzione endogena di ossalati.
Per tale ragione, specie se si ha una storia di calcolosi alle spalle, si raccomanda in genere di limitare l’apporto dietetico complessivo di vitamina C (dieta più eventuali supplementi) a non più di 1 g al giorno.
La sindrome dell’intestino irritabile (IBS) è un complesso sintomatologico che comprende dolore addominale e irregolarità dell’alvo, accompagnati da gonfiore o distensione.
È Una condizione molto comune e debilitante che interessa circa il 10% della popolazione, soprattutto di sesso femminile, con un tasso più alto di prevalenza dai 20 ai 50 anni.
Viene suddivisa in 4 tipi:
– IBS con stipsi prevalente;
– IBS con diarrea prevalente
– IBS con alveo alterno;
– IBS inclassificabile.
Per combattere questo disturbo, innanzitutto, bisogna sapere quali cibi evitare.
Cereali integrali – Il contenuto di fibre insolubili nei cereali integrali può causare i sintomi i IBS, questo perché il tipo di fibre presenti in questi alimenti può avere un effetto irritante sull’intestino. I prodotti contenenti segale, frumento e orzo contengono glutine, che può danneggiare l’intestino e peggiorare i sintomi di IBS se si è affetti da intolleranza o sensibilità al glutine.
Latte – Molti pazienti affetti da IBS sono intolleranti al lattosio. Quindi il loro sistema digerente non è in grado di digerire il lattosio nei prodotti lattiero-caseari.
Cibi fritti, ricchi di grassi o molto salati – Sono cibi che devono essere consumati con moderazione, in quanto risultano irritanti per l’intestino. L’assorbimento di questo alto contenuto di grassi può risultare particolarmente difficile se si è affetti da IBS.
Legumi – Possono risultare problematici da chi soffre di questa patologia.
Caffè – Il caffè ed altre bevante che contengono la caffeina sono controindicate, soprattutto per chi soffre di IBS con diarrea prevalente, in quanto accelerano il transito intestinale.
Dolci e cioccolato – Il cioccolato e i dolci in generale hanno un alto contenuto di grassi, che sono forti irritanti per chi soffre di IBS. Inoltre, vanno evitati alimenti che contengono molto zucchero raffinato, come i dolci industriali, bibite zuccherate e caramelle.
Alcuni tipi di frutta – I frutti come anguria, pesche, pere, prugne, uva passa, banane, cachi, fichi, fichi d’india e frutta sciroppata contengono tre differenti carboidrati a catena corta fermentabili (fruttosio, fruttani e polioli). In alcune persone, se consumati in eccesso, questi carboidrati a catena corta sono scarsamente assorbiti, provocando fermentazione nell’intestino, causando gas, distensione, dolore, diarrea o costipazione. Molte persone affette da questa patologia non tollerano pienamente questi zuccheri, la loro eliminazione dalla dieta può aiutare ad alleviare i sintomi nel 75% dei casi.
Condimenti e spezie – Deve essere utilizzati con moderazione e devono essere scelti con attenzione. Evitare il classico Ketchup e l’uso eccessivo delle spezie.
Alcuni tipi di verdure – Verdure ricche di fibre, in particolare quelle produttrici di gas come cipolle, aglio, cavoletti di Bruxelles, broccoli cavolfiori, carciofi, verza, asparagi, carote e sedano, possono causare forti dolori, gonfiore e flatulenza.
Alcolici e bibite gassate – Devono essere evitate, in quanto hanno effetto irritante nell’intestino e possono provocare sintomi anche a livello gastrico, come mal di stomaco, bruciore e cattiva digestione.
I rimedi naturali per combattere la sindrome dell’intestino irritabile sono:
– Assumere integratori a base di probiotici;
– A colazione consumare una bevanda calda, come l’orzo, tisane e bevande vegetali;
– Utilizzare come condimenti l’olio extra-vergine di oliva, il succo di limone e l’aceto di mele;
– Prima di andare a dormire, per eliminare l’accesso di gas intestinale, assumere una tisana calda a base di finocchio, anice, angelica o camomilla;
– Praticare dell’attività fisica;
– Evitare lo stress o cercare di gestirlo.
Assolutamente da evitare:
– L’assunzione di prodotti da automedicazione, compresi anche prodotti erboristici, senza aver prima consultato il proprio MEDICO;
– L’imitare l’uso del sale, sostituendolo eventualmente con dei semi oleosi, anche tostati;
– Evitare birra, alcolici e bevande gassate, limitare i succhi di frutta confezionati e non superare le dosi di due caffè al giorno;
– Evitare il fumo di sigaretta;
– Evitare di mangiare frettolosamente il cibo ma cercare di concedersi il tempo giusto per consumare i pasti seduti e con tranquillità.
Dieta in caso di stipsi.
– Bere succo di mela alla sera oppure centrifugati di carote e zenzero;
– Consumare proteine vegetali e proteine animali magre (carne bianca, pesce azzurro, sgombro);
– Tra la frutta, meglio mele e pere cotte senza zucchero.
Dieta in caso di diarrea.
– L’infiammazione acuta dell’intestino può essere combattuta privilegiando il consumo di riso;
– Se, invece, è presente un’infiammazione del tubo digerente, si può consumare della crema di riso.
Nella dieta mediterranea si consiglia di aumentare il quantitativo di verdure consumate, questo perché portano molti benefici per non parlare del loro basso contenuto calorico. Infatti, le verdure, sono ricche di fibre, hanno un elevato contenuto di sali minerali e vitamine, ed infine hanno delle proprietà antiossidanti.
I prodotti ortofrutticoli vengono suddivisi in categorie chiamate GAMMA, vanno dal I GAMMA al V GAMMA.
I prodotti del I GAMMA sono i prodotti freschi che vengono offerti al consumatore subito dopo la raccolta senza nessun tipo di condizionamento conservativo (es. patate, carote, verdure sfuse ecc.) che comunque devono essere conservati alle giuste temperature, ossia tra 0°C e 4°C.
I prodotti di II GAMMA sono prodotti vegetali trasformati attraverso processi industriali quali la sterilizzazione, la disidratazione, la pastorizzazione ecc. I prodotti di questo tipo possono essere inseriti in recipienti metallici o di vetro ed immersi in appositi liquidi (olio vegetale, acqua e aceto, sale ecc.) e possono essere conservati a temperatura ambiente.
I prodotti di III GAMMA sono i prodotti ortofrutticoli congelati e surgelati che devono essere conservati e commercializzati a temperature inferiori o uguali a – 18°C.
Oggi giorno la vita frenetica di un individuo medio lo spinge a cercare prodotti alimentari “pronti all’uso” come le insalate già lavate, tagliate ed impacchettate in buste monoporzione. Questi prodotti fanno parte della IV GAMMA.
Nella V GAMMA fanno parte gli alimenti precotti, grigliati o scottati a vapore, senza l’aggiunta i conservanti. Vengono confezionati sottovuoto, in atmosfera protetta o modificata e sono da conservare a seconda delle indicazioni del produttore.
La Stevia Rebaudiana è una pianta erbaceo-arbustiva perenne, di piccole dimensioni, della famiglia delle Asteraceae, nativa delle montagne fra Paraguay e Brasile. È nota per essere utilizzata come dolcificante ipocalorico naturale.
La stevia è un dolcificante naturale che viene utilizzato in tutto il mondo, grazie alle sue innumerevoli proprietà, ma il suo uso presenta anche parecchie controindicazioni.
Sono particolarmente elevati i sospetti di cancerogenicità dei suoi principi attivi, tanto che è in dubbio il suo utilizzo nell’industria alimentare e nell’alimentazione; i sostenitori del dolcificante naturale affermano che la stevia non è pericolosa come si crede. Però, il dibattito ad oggi è ancora aperto, l’Unione Europea ne permette l’utilizzo come integratore alimentare, considerando che era stato usato in molti altri paesi senza gravi danni.
La sua più grande proprietà, infatti, è il potere dolcificante racchiuso quasi interamente nelle piccole foglie, questo è di circa 200 volte superiore al comune zucchero bianco. Questa sua qualità abbinata all’assenza calorica lo ha promosso come “dolcificante naturale con zero calorie”.
Quindi apparentemente la stevia sembrerebbe un ottimo dolcificante, le controindicazioni ufficiali si limitano ad ipotensione ed effetti lassativi nel caso di abusi.
Nonostante le discussioni e le polemiche, ancora in atto, sulla possibile cancerogenicità di questo dolcificante è possibile affermare che un uso moderato della stevia non sia cancerogeno in quanto le limitazioni oggi apportate dalla FAO ( Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura ) e dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità ) hanno stabilito che una dose massima giornaliera di 4 mg/kg per peso corporeo risulta sicura per la salute dell’organismo, non dando alterazioni notevoli.
Quindi le controindicazioni riguarderebbero l’uso eccessivo degli estratti di stevia, che di solito vengono impiegati, probabilmente, in modo massiccio nella preparazione di alimenti e bevande a livello industriale, rischiando di superare la soglia raccomandata.
La Tiroide è una ghiandola endocrina, ossia una ghiandola che secerne il proprio prodotto all’interno del sangue, a forma di H o farfalla e che si trova nella regione anteriore del collo.
Questa ghiandola è costituita da due componenti endocrine, la prima produce gli ormoni tiroidei T3 e T4, la seconda produce la calcitonina. Quest’ultima ha il compito di abbassare la concentrazione di calcio nel sangue.
Gli ormoni tiroidei, una volta prodotti, entrano in circolo e si legano alle proteine plasmatiche; circa il 90% dell’ormone prodotto e costituito da T4, che successivamente viene convertito (circa il 33-40%) in T3, essendo quest’ultimo più potente di 10 volte è in grado di interagire più efficacemente con le cellule bersaglio.
La tiroide funziona correttamente, garantendo un’adeguata sintesi ormonale, se può disporre di adeguate quantità di iodio, un oligoelemento essenziale, presente nell’organismo in piccole quantità e soggetto a perdite quotidiane attraverso l’urina o il sudore, che entra nella costituzione del T4 e del T3. Per questa ragione è molto importante assumerne attraverso l’alimentazione la giusta quantità, e agevolare così il funzionamento della ghiandola tiroidea: una eventuale carenza di iodio può portare a diverse patologie (es. gozzo) ed è particolarmente rischiosa in gravidanza, determinando anche gravi conseguenze per il feto.
Mentre nei bambini in età prescolare un deficit di iodio di grado moderato-grave correla con una compromissione della funzione intellettuale e delle capacità motorie.
Le patologie legate alla tiroide sono:
– L’ipertiroidismo;
– L’ipotiroidismo.
L’ipertiroidismo è dato da un eccesso di funzionalità della ghiandola tiroidea, ossia dato da un aumento in circolo degli ormoni T3 e T4. Questo causa un aumento del metabolismo, una temperatura corporea elevata, con perdita di peso, ed un elevato appetito. Sono presenti altri sintomi come l’abbondante sudorazione, l’apatia e la depressione che possono aiutarne la diagnosi.
Questa malattia può essere curata con tre tecniche:
– L’assunzione di farmaci;
– Con la terapia radiometabolica:
– Con la chirurgia della tiroide.
L’ipotiroidismo, invece, è dato da un deficit degli ormoni tiroidei con conseguente metabolismo ridotto, bassa temperatura, aumento di peso, riduzione dell’appetito, ecc.
Se la carenza di secrezione avviene durante l’infanzia, oltre al metabolismo ridotto, avviene anche uno sviluppo ritardato del sistema nervoso che causa un ritardo mentale accompagnato da bassa statura, noto come cretinismo. L’insieme dei sintomi dovuti ad iposecrezione nell’adulto, invece, viene chiamato mixedema.
Lo iodio, quindi, è il micronutriente fondamentale per prevenire queste patologie. È presente nelle acque marine e nel suolo in vicinanza di mari e oceani, ma e scarso nei territori lontani dalle zone costiere.
La sindrome da reflusso gastro-esofageo è un insieme di sintomi causato da un fenomeno che normalmente non si verifica se non in modo trascurabile, caratterizzato dal passaggio di succo gastrico nell’esofago.
Questo evento è favorito da una diminuita funzionalità di una specie di valvola che divide l’esofago dallo stomaco, lo sfintere esofageo inferiore che è un anello muscolare la cui contrazione impedisce al succo gastrico, molto acido, di refluire nell’esofago provocando danni a carico della mucosa esofagea.
Il reflusso può generare diversi sintomi tra cui il più caratteristico è la cosiddetta pirosi, ossia un senso di bruciore più o meno intenso localizzato nella parte superiore dell’addome, dietro allo sterno, altri sintomi posso essere:
i rigurgiti;
il dolore alla deglutizione;
difficoltà nella deglutizione.
Tipicamente alcuni cibi o alcune posizioni, come quella accovacciata o quella sdraiata o l’aumento della pressione addominale dovuta a sovrappeso o all’uso di indumenti stretti scatenano o peggiorano tale sintomo.
A lungo andare il reflusso di succo gastrico nell’esofago induce modificazioni infiammatorie a carico della mucosa dell’esofago, l’esofagite, classificata all’esame endoscopico in gradi a seconda della gravità.
Non sempre i sintomi sono chiaramente riferibili all’apparato gastro-enterico, a volte una sindrome da reflusso gastro-esofageo può manifestarsi come una tosse secca persistente o ad attacchi d’asma prevalentemente notturni, faringiti, infiammazioni della lingua, carie dentaria o ancora come dolore toracico.
Alimenti da evitare:
(aumentano l’acidità del succo gastrico o diminuiscono il tono dello sfintere esofageo inferiore)
Cioccolato;
Menta;
Alcolici;
Succo d’arancia, pompelmo, pomodoro e limone;
Bevande gassate;
Spezie (cannella, noce moscata, curry, ecc.)
Cipolle, aglio;
Cibi grassi (es. panna, mascarpone, ecc.)
Insaccati, affumicati;
Brodo di dado e di carne;
Noci, nocciole, arachidi e frutta secca.
Consigli:
Condire con olio di oliva, piuttosto che margarina e burro;
Privilegiare alimenti ricchi di fibre e proteine;
Ridurre il volume dei pasti, eventualmente aumentarne la frequenza;
Ridurre il peso corporeo qualora risulti in eccesso;
Evitare di coricarsi subito dopo mangiato, una breve passeggiata dopo i pasti può essere utile per accelerare la digestione;
Evitare attività fisica intensa dopo i pasti, specialmente le flessioni del busto;
Smettere o diminuire il fumo;
Vestire indumenti che non stringano addome e torace;
Alzare la testa del letto di circa 10-20 cm;
Sentire il parere del medico prima di assumere medicinali anche di automedicazione.
Negli ultimi decenni, con lo sviluppo di una comunità globale, si è sviluppato un particolare interesse per la cucina di altri paesi, ed oggi le pietanze Etniche si consumano abitualmente nella nostra alimentazione.
Un alimento che abbiamo imparato ad apprezzare sono le Alghe.
In molti paesi asiatici come il Giappone e la Cina hanno l’antica tradizione di consumarne diverse varietà.
In America l’uso delle alghe è molto diffuso, specialmente in California, dove è presente una fluente comunità giapponese. Queste vengono utilizzate nei ristoranti e vendute in molti supermercati.
Già molti anni fa negli Stati Uniti e in Canada, le alghe sono state coltivate per uso specifico alimentare, ma negli ultimi tempi vengono importate prevalentemente dal Giappone e dalla Corea del Sud (Repubblica di Corea).
Con lo spostamento in Europa di persone asiatiche, il consumo delle alghe è diventato sempre più diffuso, grazie alla moda del cibo orientale.
Le alghe sono molto importanti nell’alimentazione umana perché hanno un contenuto molto alto di proteine e di sali minerali.
Ne esistono di diverse tipologie e colorazioni (brune, verdi, rosse) e ognuna ha ovviamente le sue peculiarità, ma in generale sono tutte ipocaloriche, come molti ortaggi e verdure.
Sono quindi perfette per regimi alimentari dietetici e portano con sé sostanze benefiche, in alcuni casi in proporzioni più elevate dei vegetali di terra.
Un interessante elemento che le compone, l’acido alginico, non è digeribile e ha una forte azione chelante, cioè si lega con i metalli pesanti e le sostanze tossiche presenti nell’organismo e permette quindi di eliminarli tramite le feci.
Si pensa addirittura che incidano sull’aspettativa di vita, dal momento che il Giappone, dove si consuma una grande quantità di alghe, è ritenuto il paese più longevo del mondo.
Ecco alcuni esempi:
Nori. Genere Porphyra; a questa categoria appartengono circa 60 specie diverse di alghe. Crescono in acque di mare temperate e poco profonde del Giappone, Repubblica di Corea e Cina. È la più famosa della cucina orientale.
È Un’alga molto ricca di proteine, che ne costituiscono circa il 30-50%, di cui il 75% sono digeribili.
Possiede molte vitamine, in particolare di Vitamina A, C, Niacina e Acido Folico; però la Vitamina C, sfortunatamente, in parte viene perduta con l’essiccazione.
Il contenuto di zuccheri è di circa lo 0.1%, anche il sodio è basso per via dei ripetuti lavaggi in acqua dolce.
Contengono principalmente tre amminoacidi: l’Alanina, l’Acido Glutammico e la Glicina, conferendogli un sapore caratteristico.
Ne esistono due varietà:
– Hoshi Nori, alghe essiccate. Sono considerate una prelibatezza, infatti sono tipiche nella consumazione del sushi.
– Yaki Nori, alghe tostate. Usata principalmente per la preparazione di salse.
In Giappone vengono prodotte ogni anno circa 400mila tonnellate di alga Nori, nella Repubblica di Corea 270mila e in Cina 210mila.
Aonori. Sono coltivate principalmente in Giappone. Vivono in acque salate o salmastre, vicino alle foci dei fiumi.
Viene sia essiccata che tostata, ed è utilizzata per zuppe o per guarnire i piatti.
Contiene circa il 20% di proteine, oltre a numerose vitamine e minerali, pochi grassi, poco sodio con alti valori di calcio e ferro.
Il contenuto di Vitamina B è il più alto rispetto alla maggior parte dei vegetali, mentre, la Vitamina A, seppur alto, è la metà se paragonato a quello degli spinaci.
Wakame. Cresce nelle zone temperate del Giappone, Repubblica di Corea e Cina, ma è diffusa anche in Francia, Nuova Zelanda e Australia.
Dopo la raccolta, l’alga, viene seccata al sole o in essiccatoi ad aria (suboshi wakame); oppure trattate con cenere proveniente da legno o canne e successivamente lavate ed essiccate (haiboshi wakame).
L’alga Wakame possiede un contenuto elevato di fibre, superiore a quello dell’alga Nori e kombu. Un contenuto apprezzabile di ferro e un contenuto relativamente elevato di Vitamine del gruppo B, sfortunatamente i trattamenti per permetterne la conservazione fanno perdere una quota di questi nutrienti.
La Wakame fresca possiede una quantità apprezzabile di oligoelementi come il manganese, zinco, rame e cobalto.
È un ingrediente di zuppe e minestre.
Kombu. È l’alga tipica dell’alimentazione giornaliera dei giapponesi, viene usata principalmente per accompagnare il pesce, ad esempio, il salmone.
Viene essiccata e confezionata in fogli (suboshi kombu).
Viene usato soprattutto bollito per preparazioni a base di carne o pesce o zuppe. Inoltre, sminuzzato similmente alle foglie del tè, viene usato per preparare infusi.
Haidai. Tipica cinese, è considerata un alimento fondamentale di questa cucina. Si trova principalmente al nord della Cina per via della scarsità di vegetali.
Viene usata per zuppe, minestre o con i legumi in ammollo ed è ricca di iodio.
Spirulina. È un’alga azzurra unicellulare dalla forma stretta ed allungata. Diffusa nelle acque salmastre di zone tropicali e subtropicali.
Viene molto utilizzata nelle preparazioni erboristiche come integratori alimentali, è ricca di Vitamina A.
Hiziki. È un’alga bruna raccolta selvaticamente in Giappone e coltivata nella Repubblica di Corea; circa il 90% della produzione Coreana viene esportata in Giappone.
Il contenuto di proteine, grassi, carboidrati e vitamine è simile a quelle delle alghe Kombu, ma gran parte delle vitamine vengono perse nel processo di conservazione. Il contenuto di ferro, rame e cobalto è più alto e, nonostante i grassi totali siano piuttosto basi, il contenuto in EPA (acido eicosapentaenoico) rappresenta il 25% degli acidi grassi presenti.
Hiziki ha un colore molto scuro per la presenza di florotannino che le conferisce anche un sapore amaro.
È consumata con le patate, il tofu e con vegetali.
Il Diabete è una malattia cronica basata su livelli alti di glucosio nel sangue (iperglicemia) dovuto ad un’alterata quantità o funzione dell’insulina.
Due dei campanelli di allarme per avvicinarsi ad una diagnosi sono la poliuria (abbondante produzione di urina) e la polidipsia (abbondante ingestione di acqua).
Simbolo internazionale del Diabete
Esistono diversi tipi di diabete:
Diabete mellito:
– Diabete mellito di tipo I, autoimmune, colpisce prevalentemente i bambini.
– Diabete mellito di tipo II, familiare, non autoimmune.
– Diabete mellito gestazionale, colpisce principalmente le donne incinta.
MOBY
Diabete insipido.
Diabete Mellito tipo I.
È una forma di diabete autoimmune dato dalla distruzione delle cellule β del pancreas che secernono insulina, provocando un’insulina-deficienza.
Epidemiologicamente esordisce, per circa la metà dei casi, prima dei 20 anni e più frequentemente durante la pubertà.
Le cause posso essere molteplici, spesso è l’insieme di più fattori come la genetica, l’ambiente e l’immunologia.
L’insorgenza del diabete mellito di tipo I può insorgere dopo alcune patologie, come il morbillo, l’epatite o l’infezione da Coxsackie Virus. Si è ipotizzato che queste patologie stimolino una risposta immunitaria con la produzione di linfociti T citotossici, che per errore, attaccano e distruggono le cellule β del pancreas che secernono insulina.
Nei gemelli omozigoti la possibilità che entrambi lo sviluppino e del 30-40%, nei fratelli del 5-10%, e nei figli di persone malate 2-5%.
Tra i sintomi più comuni troviamo la poliuria, la polidipsia e la polifagia (grande ingestione di cibo senza acquistare peso, anzi dimagrendo).
Spesso il sintomo di esordio è la chetoacidosi diabetica, ossia la combinazione di iperglicemia, concentrazioni di bicarbonati inferiori a 15 mEq/L, pH inferiore a 7,30 con chetonemia (presenza di corpi chetonici nel sangue) e chetonuria (presenza di corpi chetonici nelle urine).
Dopo l’esordio, spesso, è presente una fase di interruzione dei sintomi, chiamata “Luna di miele” che può durare anche diversi mesi, dopo di ché i sintomi ricompaiono in pianta stabile dando lo stato di diabete.
Possono esserci diverse complicanze nel corso della malattia, come:
– La nefropatia diabetica (danno renale).
– La neuropatia diabetica (dolore agli arti).
– La retinopatia diabetica (danni alla retina).
La terapia è data da:
– Esercizio fisico.
– Dieta a basso contenuto calorico e monitoraggio del glucosio.
– Somministrazione di insulina.
– Trapianto di pancreas o cellule β pancreatiche.
Diabete Mellito tipo II.
È una malattia metabolica data da glicemia alta ed insulino-resistenza.
Il diabete mellito di tipo II costituisce circa il 90% dei malati di diabete, il fattore di rischio principale è l’obesità in soggetti predisposti geneticamente alla malattia.
All’esordio della patologia, il trattamento iniziale è dato dall’aumento dell’esercizio fisico con una modifica della dieta. Se queste misure non fossero sufficienti al controllo dei livelli di glucosio nel sangue, si ricorre ad una terapia farmacologica o insulinica.
Negli ultimi decenni, il tasso di malati di diabete mellito di tipo II è notevolmente aumentato, in relazione all’aumento di persone obese nella nostra società.
Lo sviluppo di questa patologia è causato dalla combinazione di più fattori, come lo stile di vita, endocrinopatie (patologie delle ghiandole endocrine del corpo umano) e fattori genetici.
Alcuni fattori come la dieta e l’obesità posso essere sotto controllo, altri, come il sesso femminile, l’invecchiamento e la genetica, non lo sono.
Si è associato alla malattia anche la mancanza di sonno.
Stile di vita → i fattori correlati all’insorgenza della patologia, oltre all’obesità, sono:
– Mancanza di attività fisica.
– Cattiva alimentazione.
– Urbanizzazione.
Genetica → il diabete coinvolge molti geni, alcuni posso dare più o meno un contributo nell’insorgenza della malattia. Un esempio è dato dai gemelli omozigoti, se uno dei due fratelli ha il diabete l’altro ha il 90-100% di possibilità di ammalarsi anch’egli.
Inizialmente sono presenti i sintomi classici del diabete, poliuria, polidipsia. Altri sintomi sono:
– Astenia cronica (mancanza di energia).
– Disfunzione erettile.
– Ipogonadismo.
– Infezione delle vie urinarie.
– Prurito.
– Vista offuscata.
– Neuropatia periferica.
– Infezioni vaginali.
Molte persone non presentano sintomi inizialmente e la diagnosi viene effettuata tramite esami del sangue.
Oggi, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, riconosce la condizione di diabete dopo aver rilevato elevati livelli di glucosio nel sangue con la presenza di sintomi tipici.
I valori glicemici, a digiuno, sono i seguenti:
– Normale → < 110 mg/dl.
– Alterata glicemia a digiuno → 110 – 126 mg/dl.
– Diabete mellito → > 126 mg/dl.
Una volta diagnosticato lo stato di diabete si prende in considerazione una terapia. Esistono diversi farmaci anti-diabetici, se questi non fossero sufficienti a tenere sotto controllo la malattia si possono aggiungere le iniezioni di insulina, oppure utilizzare unicamente queste ultime.
L’insorgenza del Diabete di tipo II può essere ritardata o prevenuta attraverso una corretta alimentazione ed un regolare esercizio fisico.
Diabete Mellito Gestazionale.
È una condizione che si instaura durante la gravidanza in una donna che, prima di essa, non era diabetica.
Si riscontra in circa il 4-5% delle donne gravide, dopo il parto la maggior parte torna alla normalità, ma rimane il rischio del 30-60% che sviluppino Diabete Mellito nei successivi 10-20 anni.
Perché alcune donne sviluppano il diabete gestazionale?
La risposta è data dai bisogni metabolici del feto. Durante la gravidanza, il corpo della donna, produce una quantità maggiore di insulina, quasi tre volte più del normale, questo perché alcuni ormoni prodotti dalla placenta ostacolano l’azione dell’insulina stessa, è un processo del tutto naturale l’incremento di questo ormone, ma alcune donne con caratteristiche genetiche particolari il pancreas non riesce a far fronte a questa richiesta maggiore di insulina, dando così valori glicemici del sangue più alti, ossia Diabete Gestazionale.
Il diabete gestazionale colpisce anche il bambino?
La maggior parte delle donne che hanno sofferto di questa patologia mettono al mondo dei figli sani, soprattutto se durante la gravidanza ha attuato dei semplici accorgimenti:
– Controllare regolarmente la glicemia.
– Seguire una dieta sana.
– Fare esercizio fisico.
– Mantenere il peso forma (dipende dal peso pregravidico, in base al peso precedente la gravidanza si calcolano il numero di chili da prendere senza arrecare danno alla salute della madre e del feto).
In alcuni casi, però, può compromettere la gravidanza e mettere a rischio la salute del bambino, tra i rischi troviamo:
– Il corpo del bambino è più grande del normale (macrosomia), se ciò accade potrebbe essere necessario il parto cesareo, invece del parto naturale.
– La glicemia del bambino è troppo bassa (ipoglicemia), iniziare immediatamente l’allattamento al seno può far aumentare la glicemia del neonato e, in alcuni casi, potrebbe anche aver necessità di trasfusioni di glucosio nel sangue.
– La pelle del neonato diventa giallina e la parte bianca degli occhi (la sclera) può cambiare colore (ittero). Questa malattia può essere curata facilmente, e comunque non è grave.
– Il bambino può avere difficoltà respiratorie e aver bisogno di ossigeno o altri aiuti (sindrome da distress respiratorio).
– Il neonato può non avere livelli sufficienti di minerali nel sangue, questo problema può causare contrazioni o crampi muscolari, ma può essere curato facilmente somministrando al bambino degli integratori di minerali.
È possibile che, durante la gravidanza, alcune donne debbano assumere insulina per mantenere sotto controllo la malattia.
MODY.
È una condizione particolare, più rara delle precedenti, chiamata MODY (Maturity Onset Diabetes of the Young). È un diabete simile al non-insulinico di tipo II, ma con un’insorgenza giovanile.
Per diagnosticare questa patologia si prendono in esame i seguenti criteri:
– Età di insorgenza inferiore ai 25 anni.
– Controllo metabolico senza necessità di insulina per oltre due anni dall’esordio.
– Diabete presente nell’albero familiare nell’arco di tre generazioni.
Infatti si tratta di una forma ad ereditarietà di tipo autosomico dominante (geneticamente trasmissibile) senza distinzione tra i sessi.
Quindi il MODY è dato da mutazioni di geni diversi che a seconda di quale di queste e presente si avranno sintomi clinici diversi.
Per ora sono stati identificate cinque mutazioni che danno origine a cinque tipi di MODY:
– MODY 1.
– MODY 2.
– MODY 3.
– MODY 4.
– MODY 5.
Molti devono ancora essere identificati.
Tutti i MODY, comunque, determinano una compromissione della secrezione a livello pancreatico dell’insulina, se pur con gravità diverse a seconda della mutazione, senza compromettere la funzionalità dell’insulina stessa.
Diabete insipido.
È una rara sindrome che presenta una grande emissione di urine, accompagnata da una sete insaziabile.
Questa patologia è dovuta alla mancanza o insufficiente secrezione dell’ormone antidiuretico (ADH, o vasopressina) da parte dell’ipotalamo e dell’ipofisi (diabete insipido neurogenico), o dalla mancanza della sua attività a livello renale (diabete insipido nefrogenico).
Il diabete insipido neurogenico è ADH-sensibile, quindi può essere curato tramite la somministrazione dell’ormone antidiuretico.
Le persone affette da questo tipo di diabete posso arrivare a eliminare 18 litri di urine al giorno, questo perché l’ADH permette il riassorbimento di molta acqua nell’ultimo tratto dei nefroni dei reni.
La persona non ha grandi problemi fino a quando ha la possibilità di bere molta acqua, se ciò non avviene, il soggetto, andrebbe incontro a disidratazione, con perdita di peso, emoconcentrazione (sangue denso) fino al collasso e alla morte.
Le cause di questa patologia sono molteplici. Alla base, possono esserci rare malattie genetiche o malformazioni congenite al livello ipotalamico; o più frequentemente, il diabete neurogenico, è la conseguenza di traumi cranici, interventi neurochirugici, processi infettivi o tumori endocranici, tuttavia ancora il 30-40% delle cause di insorgenza e tuttora sconosciuto.
Per quanto riguarda il diabete nefrogenico è una forma piuttosto rara, che è data da malattie congenite e acquisite, come l’insufficienza renale cronica, l’ipercalcemia (eccesso di calcio nel sangue) e l’ipopotassemia (carenza di potassio). Inoltre, possono esserci anche forme transitorie, per esempio sostanze che interferiscono con l’ADH.
Come detto precedentemente, la cura del diabete insipido neurogenico e data dalla somministrazione dell’ormone antidiuretico, mentre per il diabete insipido nefrogenico non esiste una terapia mirata, ma viene controllato tramite un’assunzione abbondante di acqua, la restrizione del sodio nella dieta e l’uso di diuretici tiazidici.
La glicemia è il valore della concentrazione di glucosio nel sangue.
Il glucosio è “LO” zucchero per eccellenza ed è molto importante per tantissime funzioni vitali, un esempio tra i più comuni e dato dal nostro cervello, esso infatti è un tessuto glucosio-dipendente ossia si nutre esclusivamente di glucosio.
Come si può immaginare nell’età della crescita e dello sviluppo celebrale il glucosio è un fattore importante. Però, non dobbiamo lasciarci ingannare, i prodotti dolci che si trovano in commercio sono una fonte squilibrata di nutrienti, il glucosio, come tale, si trova anche in prodotti molto diversi dai dolci, basti pensare ai carboidrati complessi della pasta e del riso.
Per le persone che iniziano a soffrire di glicemia alta, ma attenzione, non si parla di diabete, ma semplicemente di alterazione dei parametri glicemici (Glicemia normale < 100 mg/dL; alterata Glicemia 100-125 mg/dL; Diabete > 126 mg/dL, tutti i valori sono riferiti alla glicemia a digiuno), si possono mettere in azione poche e semplici mosse per mangiare meglio ed abbassare la glicemia:
EVITARE Zuccheri Semplici come il Glucosio e il Saccarosio.
SOSTITUIRE lo Zucchero da Tavola con il Fruttosio oppure Dolcificanti Artificiali come la Saccarina o l’Aspartame ( Evitarne troppo l’utilizzo ).
EVITARE i Dolci.
VA BENE la Pasta o il Riso una volta al giorno ( NON mangiare allo stesso pasto Pane e Pasta ).
MANGIARE molta Verdura ed alimenti ricchi di Fibre ( Es. Pane e Pasta integrali ).
INIZIARE sempre il pasto con un piatto di Verdura ( va bene sia cruda che cotta, per quest’ultima evitare cotture prolungate ).
PREFERIRE gli Oli Vegetali escludendo quelli Animali ( Burro ).
MANGIARE la Frutta ma con moderazione.
EVITARE Bevande Zuccherate.
CONSUMO di Bevande Alcoliche ( Vino Rosso, Bianco o Rosato; solo Secco ) è possibile solo durante i pasti e non più di un bicchiere.